Comune di Popoli (Pe)

Antonio Verna

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Freccia Scura

Antonio Verna
Chi ha conosciuto don Antonio Vema lo ricorda come un signore calmo e silenzioso, amante della quiete e geloso della sua privacy , ma tuttavia non alieno dal rapporto con gli altri e sempre disponibile e aperto, perfino pronto al sorriso e ad una bonaria ironia. Nato a Popoli il 13 novembre 1906 da antica famiglia popolese, ha sempre condotto una vita ritirata, dedita alla famiglia e alla cura dei suoi interessi economici, costituiti da proprietà terriere site nel territorio di Forca di Penne e da una piccola attività commerciale di prodotti agricoli e derrate alimentari all'ingrosso. Fino agli anni '50-'60, infatti, l'agricoltura era la principale attività del paese, nonostante molti fossero impiegati nelle Officine della vicina Bussi. Ma per lo più gli operai avevano anche un piccolo fondo agricolo, in proprietà o in affitto, univano il lavoro in fabbrica con quello della campagna, soprattutto ad uso familiare. Spesso, perciò, per le semenze e anche per le provviste della famiglia era al negozio di don Antonio Verna che dovevano ricorrere. E lui non era mai esoso, anzi spesso era disposto ad attendere per molto tempo il pagamento delle derrate fornite, faceva credito a tutti e talvolta i debiti rimanevano non pagati. Agli inizi degli anni '50 si fece promotore di una società per la realizzazione a Popoli, di un moderno pastificio. Ben presto esso sorse in via Vittorito: una moderna ed elegante fabbrica, che produceva con i più avanzati procedimenti dell'epoca un'ottima pasta, la pasta "Ambra" , che ebbe per alcuni anni un certo successo, anche all'estero. Ma poi, a seguito delle difficoltà del mercato, il pastificio fu costretto a chiudere il fabbricato, dopo molte vicende, fu venduto e adibito ad altri scopi: oggi è la sede del supermercato CONAD. Negli anni in cui il pastificio fu attivo, don Antonio si dedicò alla nuova attività imprenditoriale con scrupolo e dedizione. La sua correttezza fu esemplare, anche nei rapporti con le maestranze, improntati a senso di giustizia e di umanità. La stessa che aveva manifestato quando, negli anni difficili e confusi della guerra, dall'agosto 1942 al 1943, fu nominato Commissario Prefettizio e dovette reggere il Comune di Popoli. Di questo periodo, e del suo comportamento quando, dopo 1'8 settembre, i tedeschi occuparono Popoli, si può avere un' idea leggendo quanto egli ricorda nei due bei racconti autobiografici del volume misto di prose e poesie "CASTRUM PAUPERUM": "Dalle memorie di un borgomastro" e "Sul filo del rasoio" . Chiuso il pastificio, le giornate di don Antonio Vema divennero più lunghe, ed egli le riempì dedicandosi a quelli che erano sempre stati i suoi interessi: le ricerche silenziose e appartate sulla vita del paese, lo studio dei caratteri di una società ingenua e ancora ignara dei tormenti della vita frenetica di oggi, il vagheggiamento di un mondo minore, ma non per questo meno degno, ai suoi occhi, di attenzione affettuosa e solidale, la poesia dialettale e lo studio del nostro dialetto, così strano e difficile a riprodursi nella scrittura. Nascono ora le sue opere, che ne fanno un autore unico nella letteratura abruzzese: lontano da ricercatezze stilistiche e apparentamenti culturali, nonchè dalle mode letterarie che spesso hanno fin troppo abusato della tanto decantata "abruzzesità", egli esprime con incantevole naturalezza la vicinanza al suo "piccolo mondo" e il sentimento umanissimo di amore alla sua terra che si ritrovano in tutti i suoi componimenti poetici e nelle sue prose. Egli aderisce al suo ambiente e vive con spontaneità e semplicità coi suoi personaggi, di cui cerca di riprodurre la pienezza espressiva della "parlatura paesana". Per questo egli raggiunge una sicura potenza evocativa, che ha la suggestione e la freschezza della montagna, specialmente in quello che è il suo libro più bello, " I racconti della montagna ", ambientati tra i meravigliosi paesaggi alpestri e i personaggi viventi nell'atmosfera arcaica e primitiva della sua Forca di Penne. I racconti, le poesie, le ricerche sul dialetto (egli ha scritto anche un dizionario del dialetto popolese (la parlatjure de j'entoiche), avevano per lui il significato della ricerca di un mondo "perduto" che andava "salvato"[...]. Egli moriva il 19 febbraio 1995 a Roma, dove si era ritirato a vivere negli ultimi anni con la moglie, signora Gianna, presso il figlio Giuseppe [...].

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